domenica 17 maggio 2009

Nicolosi

Il comune è gemellato con Nicatapa dal 15 luglio 1999 e con Città Sant'Angelo (PE) dal settembre 2001.
Deve il suo nome dal monastero benedettino di San Nicola, situato nel suo territorio fin dal 1359, la cui costruzione fu ordinata dal vescovo di Catania Marziale. Le prime case si svilupparono attorno al monastero, ma dopo molte eruzioni e distruzioni, fu abbandonato il monastero da parte dei monaci e gli abitanti ricostruirono in una zona più bassa, dove fu anche costruita la prima chiesa madre dedicata all'immacolata, (oggi si trova sotto le case, nell'incrocio di via martiri d'Ungheria e via Catania) che fu sepolta dalle sabbie eruttive del 1669, come tutto il paese. Venne ricostruito il paese intorno al 1670-1680: la chiesa della madonna del Monte Carmelo, con annesso ospizio (oggi scuola elementare) venne edificata nel 1700, (facciata 1750), la chiesa S. Maria delle grazie, successivamente, la chiesa S. Giuseppe e la chiesa Madre vennero costruite per ultime. solo nel 1800 vennero edificate le chiese di S. Francesco di Paola, e la cappella dei ss. Cosma e Damiano. nel 1886 il paese venne minacciato da una colata lavica, fu ordinato anche lo sgombero del paese, ma il braccio di lava si fermò a soli 100 m. dalle prime case, e il 13 giugno (giorno del S. Patrono del paese, S. Antonio di Padova e della Pentecoste) gli abitanti ritornarono nel loro paese, ringraziando S. Agata. L'anno dopo venne restaurata la chiesa madre, distrutta dai terremoti. Come ringraziamento venne costruita la Cappella di S. Agata che ricorda il luogo in cui il dusmet esortò la santa, a salvare il paese.
Feste che animano il paese: nella notte tra il 16-17 GENNAIO- ore 4.00 Uffizio per S. Antonio Abate FEBBRAIO - Carnevale MARZO - S. Giuseppe per le vie del paese tirato dai bambini PASQUA - Domenica delle Palme (messa in piazza), "A TROCCULA" suonata dai ragazzi delle due parrocchie (strumento che viene suonato per le vie del paese, anziché suonare le campane), processione del Cristo Morto e dell'addolorata per il Calvario (venerdì santo), "A CASCATA DA TILA" in chiesa Madre il sabato notte ASCENSIONE - per i quartieri: le luminarie CORPUS DOMINI - Processione per il paese 12-13 GIUGNO - toccante "Sbarrata" di S. Antonio di Padova, in Chiesa Madre 30 GIUGNO - festa Maria ss. delle grazie in chiesa delle grazie LUGLIO - Festa esterna di S. Antonio Abate prima domenica 15 LUGLIO- Madonna del Carmelo con l'albero della cuccagna LUGLIO E AGOSTO - Stelle e Lapilli - Manifestazioni estive organizzate dal comune AGOSTO (seconda domenica)- Festa esterna di S. Antonio di Padova SETTEMBRE - festa del pane 25 SETTEMBRE -Festa del Card. Dusmet in Chiesa Madre 1 NOVEMBRE - processione fino al cimitero con messa finale 8 DICEMBRE- Immacolata in chiesa madre DICEMBRE - Novena di Natale alle 6.00 del mattino DICEMBRE- Natale - Manifestazioni organizzate dal comune
Nella zona turistica di Nicolosi nord - Etna sud, esiste una stazione di sport invernali con piste per sci alpino e sci di fondo, più volte distrutte dalle eruzioni e poi sempre ricostruite. Lo stesso dicasi per gli impianti di risalita.

lunedì 9 marzo 2009

Bronte

Durante il medioevo sul territorio del comune si trovarono 24 piccoli agglomerati appartenenti al monastero di Maniace. Per decreto dell'imperatore Carlo V del Sacro Romano Impero fu creata la città di Bronte nel 1520. Bronte fu parzialmente danneggiata durante l'eruzione dell'Etna del 1651, mentre le colate delle eruzioni del 1832 e 1843 si avvicinarono ai territori di Bronte senza però raggiungere l'abitato. L'eruzione del 1843 è conosciuta soprattutto per la morte di 59 persone causata da un'esplosione che avvenne quando la lava invase una cisterna d'acqua. Questo è l'incidente più grave conosciuto nella storia delle eruzioni dell'Etna. L'ammiraglio britannicoHoratio Nelson fu insignito del titolo di duca di Bronte nel 1799 da Ferdinando I delle Due Sicilie con una donazione significativa di terreni, fra cui il Castello e la chiesa di Santa Maria nei pressi di Maniace. Durante il Risorgimento, la città fu teatro di un episodio controverso, noto come la Rivolta di Bronte. L'8 agosto del 1860, i contadini di Bronte, capeggiati da Nicola Lombardo, si ribellarono occupando le terre dei latifondisti, dando credito alle promesse di equa ripartizione delle terre da parte di Garibaldi. La rivolta fu soppressa da Nino Bixio. Di grande prestigio nazionale ed internazionale godono i pistacchi di Bronte alle pendici dell'Etna, tutelati dal marchio DOP "Pistacchio Verde di Bronte". Questo frutto trova qui un terreno ad altissima vocazione, che riesce ad esprimere un prodotto ricercato tra i gastronomi di tutto il mondo. La coltivazione e la produzione di pistacchio rappresenta per Bronte un importante fonte di reddito, tanto da essere soprannominato l'Oro Verde, non solo per il suo alto valore commerciale, ma anche perché poche regioni al mondo possono vantare un'effettiva produzione di pistacchio paragonabile a quella di Bronte. La città di Bronte ha saputo sfruttare questo vantaggio, infatti nel suo territorio si contano oltre 1000 produttori, la maggior parte con appezzamenti di circa 1 ettaro cadauno, nonché qualche grosso produttore con un multiplo di ettari. Il frutto raccolto viene in genere smallato ed asciugato ad opera del produttore stesso, che poi vende il suo pistacchio in guscio alle aziende esportatrici. Vi sono circa una decina di aziende della lavorazione del pistacchio in concorrenza fra loro, alcune ottimamente attrezzate e tecnologicamente avanzate, che si occupano della lavorazione successiva e della commercializzazione. Complessivamente il pistacchio produce annualmente una ricchezza di circa 20 milioni di euro e costituisce l'1% della produzione mondiale. Inoltre a Bronte si producono un'infinita varietà di prodotti derivati dalla lavorazione del pistacchio come il famoso "pesto di pistacchio", il gelato al pistacchio, i biscotti di pistacchio, la crema di pistacchio e molti altri. Ogni anno a fine settembre si svolge in alcune piazze e vie del centro storico di Bronte la Sagra del Pistacchio, dove vengono realizzate curiose ambientazioni tipiche dell'antica civiltà contadina. Nel corso della Sagra si possono assaggiare ed acquistare i prodotti ottenuti con la lavorazione del pistacchio e i frutti stessi. Ogni anno l'evento attira migliaia di turisti provenienti anche dall'estero.

venerdì 6 marzo 2009

Adrano

L'attuale nome risale al 1929 e riprende quello della città di Adranon fondata da Dionisio il Vecchio di Siracusa nel 400 a.C. e dedicata ad Adranos, dio siculo della guerra. I Romani tradussero il nome in Hadranum, gli Arabi ribattezzarono la città Adarna, i Normanni la chiamarono Adernio, e gli Angioini Adernò. Secondo degli studi del XIX secolo Dionisio I avrebbe tuttavia fondato Adranon su un più antico centro siculo, identificabile con l'antica Inessa, in seguito denominata Aitna, alla quale apparterrebbe il tempio del dio Adrano. L'origine del nome di Inessa indicherebbe la sua collocazione in una zona ricca di sorgenti, come appunto quella del territorio di Adrano. Resti di insediamenti siculi fioriti tra il X e il V secolo a.C. sono presenti a nord-est del paese e presso il fiume Simeto. Il sito paere potesse vantare origini molto antiche. Verso il X secolo a.C. i Siculi s'insediarono nella città del Mendolito, della quale sopravvivono oggi la cinta muraria, le porte e le tracce di abitazioni, una necropoli dalle caratteristiche sepolture a cupoletta d'ispirazione micenea e numerose iscrizioni sicule. Nel 400 a.C. fu fondata da Dionisio il Vecchio di Siracusa la città greca di Adranon, per accrescere il controllo della città di Siracusa nella zona. La città rappresentava un punto strategico, poiché garantiva il controllo del fiume Simeto e della città di Centuripe, possedimento siculo. Nel 344.a.C., Timoleonte, proveniente da Corinto dirigendosi verso Siracusa, nei pressi di Adranon sbaragliò le truppe di Iceta, tiranno di Leontinoi. Timoleonte vincitore, secondo la leggenda, fu accolto con clamore dalla città di Adranon, di cui divenne signore. L'Impero Romano conquista Adrano nel 263 a.C., ad opera del console Valerio che espugnò la città con ottomila fanti e seicento cavalieri. Durante le invasioni barbariche, la città fu scacchegiata ripetutamente, i saccheggi continuarono durante il dominio bizantino. L'occupazione saracena dell'Emiro Musa nel 950 a.C., mise fine al dominio bizantino, la città era mutilata dai saccheggi. I saraceni cambiarono il nome della città da Adranon in Adarnu o Adarna, edificarono la fortezza "Salem", fondarono molti casali, tra i quali quello di Bulichiel, tra stupendi giardini, terre seminate e vigne. Ugo di Yersey, guidò i cavalieri normanni nell'assedio del casale Bulichiel, nel 1075. Il Caid Albucazar invano cercò di resistere alle truppe normanne, il casale fu occupato, Adarna si piegò ai cristiani. Adrano fu inserita nella diocesi di Catania, retta dal monaco Ansgerio. Durante il dominio normanno, Adrano continuò lo sviluppo iniziato con i saraceni. La comunità adranita, comprendeva abitanti di origine greca, saracena e normanna, era costituita ottimi agricoltori ed artigiani, specie nell'arte della seta e della concia delle pelli. Il dominio svevo portò lotte di potere e intolleranze, ad Adernò come in tutta la Sicilia. Deprecabile la persecuzione dei saraceni, che furono costretti a fortificarsi sotto la guida di Mirabetto. Durante il dominio svevo, la città ed il suo castello divennero il covo dei Conti Bartolomeo, che depredarono con violenza i beni della chiesa, finché nel 1209 non furono sconfitti e banditi da Federico II. L'imperatore, nel 1233 diede in "retturia" il casale a capitani di Messina, che divennero la classe dominante in città. Seguirono le lotte tra Angioini e Svevi, Adernò in un primo momento passò sotto il governo di Carlo I d'Angiò, poi di Corradino fino al 1258, quando il Papa Alessandro IV scomunicò Corradino che fu decapitato a Napoli. Da quel momento Adernò passò alla famiglia Maletta.Il numero degli abitanti passò da mille a circa trecento. Pietro III di Aragona fu accolto come un liberatore, ma anch'egli continuò ad opprimere la popolazione, nascondendosi dietro l'alibi di dover cacciare gli Angioini. Adernò divenne feudo del cavaliere catalano Garzia De Linguida,nel 1286 passò a Luca Pellegrino, un funzionario del Re Giacomo. Margherita, la figlia di Pellegrino, sposò Antonio Sclafani di Palermo, Matteo, loro figlio, fu nominato conte di Adernò e di Centorbe, signore di Ciminna. Mentre Sclafani soggiornava a Palermo, Adernò fu prima occupata da Roberto d'Angiò e in seguito dai latini capitanati da Ruggero Tedesco. Matteo Sclafani morì nel 1354, alla sua morte si scatenò la lotta per la successione che durò più di quarant'anni, la contea di Adrano passò dunque a Giovanni Raimondo, nipote di Antonio Moncada. Dal 1412 al 1515, regnarono ad Adernò i Moncada, sotto i Vicerè. Giovan Tommaso Moncada Conte di Adernò, restaurò il Castello di Adernò facendolo circondare da un bastione, costruì la chiesa di S. Sebastiano. I Ventimiglia, costruirono palazzi nel centro di Adrano, uno dei quali diverrà nel XVI secolo sede del Devoto Monte di Pietà e nel XIX sede del Municipio. In questo periodo si costituì il nucleo amministrativo di Adernò, composto da funzionari di ceto nobile (il capitano di giustizia, i 4 giurati, il tesoriere, il giudice civile, il giudice criminale, l'archivista, il mastro notaro, il castellano e il governatore del conte), attorno al quartiere della "Piazza". Adernò adesso contava seimila abitanti. Dopo il breve regno Piemontese e il successivo dominio austriaco che piegò la popolazione a causa dell'eccessiva tassazione, verso la seconda metà del '700, con l'avvento dei Borboni, la situazione economica migliorò, la popolazione cominciò a crescere: nel 1874 Adernò contava 6.623 abitanti. Nel 1820 a seguito della rivolta di Palermo, si succedettero tumulti ad Adernò, Biancavilla e Bronte, furono costituiti comitati per sostenere il colonnello Pietro Bazan, ma il comitato di Adernò fu scovato così la città fu mira dell'esercito punitivo dei Borboni. Il movimento antiborbonico fu in un primo momento sedato, ma riprese durante la cosiddetta Primavera dei popoli 1848. Rivoluzionari adraniti, guidati da Pietro Cottone accorsero in sostegno della città di Catania che si piegava ai cannoni dell'esercito Borbonico, che infine occupò Catania, Biancavilla, Paternò e Adernò. La Spedizione dei Mille infiammò nuovamente speranze di libertà tra i patrioti, mentre per le classi meno abbienti poco cambiò, infatti, i moti contadini che chiedevano la spartizione delle terre, furono sedati dai garibaldini prima e dall'esercito di Vittorio Emanuele dopo. Dal 1862 al 1867, una serie di lavori per il miglioramento della città: il primo impianto di illuminazione pubblica, quotazione delle terre comunali, inaugurazione del primo liceo, lavori per il lastricamento della via Garibaldi, inaugurazione dell'ospedale, la creazione di una centrale telegrafica ed elettrica etc. Adernò era tra i più ricchi centri commerciali della provincia, ma le condizioni dei ceti poveri non erano migliorate infatti furono colpiti dal vaiolo nero e dal colera, questo causò tumulti e ribellioni giustificati dalla fame, e quindi il brigantaggio.Durante i primi del 900 si diffusero pensieri di stampo socialista e di riformismo cattolico. Negli anni 20, il prete riformista Don Vincenzo Bascetta, insieme al professor Carmelo Salanitro (antifascista morto nel '45 nel campo di concentramento di Mauthausen), si mobilitarono per la trasformazione dei feudi coperti dalla lava in agrumeti e oliveti, per favori i piccoli contadini e i manovali.

giovedì 12 febbraio 2009

Festa di sant'Agata

Dal 3 al 5 febbraio, la città di Catania dedica a Santa Agata una grande festa, un misto di fede e di folklore. Secondo la tradizione quando arrivò la notizia del rientro delle reliquie della santa il vescovo uscì in processione per la città a piedi scalzi, con il pigiama seguito dal clero, dai nobili e dal popolo. Controversa è l'origine del tradizionale abito che i devoti indossano nei giorni dei festeggiamenti: camici e guanti bianchi con in testa una papalina nera. Il motivo di questo abbigliamento particolare sta in una radicata leggenda popolare, che vuole siano legati al fatto che, i cittadini catanesi, svegliati in piena notte dal suono delle campane al rientro delle reliquie in città, si riversarono nelle strade in camicia da notte; la leggenda risulta essere priva di fondamento poiché l'uso della camicia da notte risale al 1300 mentre la traslazione delle reliquie avvenne nel 1126. Un'altra leggenda afferma che l'abito bianco sia legato al precedente culto della dea Iside. Ma la tradizione storica più affermata indica che l'abito votivo altro non è che un saio penitenziale o cilicio, si afferma inoltre, che sia una tunica, bianca per purezza, indossata il 17 agosto, quando due soldati riportarono le reliquie a Catania da Costantinopoli.
Altri elementi caratteristici della festa sono il fercolo d'argento con i resti della Santa posto su un carro (la Vara), anche questo in argento. Legati al veicolo due cordoni di oltre 100 metri a cui si aggrappano centinaia di devoti che fino al 6 febbraio tirano instancabilmente il carro. La Vara viene portata in processione insieme ad undici candelore o cannalori appartenenti ciascuna alle corporazioni degli artigiani cittadini. Tutto avviene fra ali di folla che agita bianchi fazzoletti e grida. È considerata tra le tre principali feste cattoliche a livello mondiale per affluenza.Il busto della santa, completamente in argento, è stato realizzato nel 1367 contiene delle relique di sant'Agata. Infatti nella testa, ricoperta da una corona donata dal re inglese Riccardo Cuor di leone di passaggio a Catania di ritorno da una crociata, è stato inserito il teschio della santa catanese, mentre nel busto è inserita la cassa toracica. Il busto fu realizzato dall'artista su incarico del vescovo di Catania, Marziale che esaudì un desiderio di papa Gregorio XI, ed è ricoperto da oltre 300 gioielli ed ex voto. Oltre alla già menzionata corona, si possono citare alcuni dei più importanti gioielli donati alla santa: due grandi angeli in argento dorato che sono posti ai lati del busto di Sant'Agata; una collana del XV secolo incastonata di smeraldi, donata dal popolo di Catania anche se molti attribuiscono questo dono al viceré Ferdinando De Acuna; una grande croce riccamente lavorata del XVI secolo; il collare della Legion d'onore francese appartenuto al musicista catanese Vincenzo Bellini; croci pettorali appartenute a vescovi di Catania, Dusmet, Francica Nava, Ventimiglia; un anello appartenuto alla regina Margherita che lo donò nel 1881 nel corso di una visita a Catania.

martedì 10 febbraio 2009

Catania

Anche Catania, fondata nello stesso periodo di Lentini, dovette essere una colonia principalmente agricola. Sorge sull'altra estremità della pianura del Simeto, ai piedi dell'Etna; ma il suo sito offriva anche il vantaggio di un buono approdo: il porto era riparato da un molo naturale a forma di falce, e lì sfociava in mare un piccolo fiume. S il nome di Catania si è conservato fino ad oggi, l'aspettto della località è stato sconvolto da una grande eruzione del 1669. Al pari di Tucidide, Strabone considerava Catania una colonia dei Nassi di Sicilia. Se Catania si scelse un altro ecista, Evarco, ciò deve essere dovuti esclusivamente al fatto che Teocle era già al capo della colonia di Lentini. Quanto al nome della città, forse è di origine semitiche, anche se sono state proposte altre etimologie. Durante il V secolo la cittàsi dovette proteggere dagli attacchi di Siracusa; nel 476 a.C. Ierone scacciò i catanesi dal sito, fondando l'effimera città di Etna. Che la città antica, sin dalla sua fondazione, si fosse spinta sino a dove ora vi è il castello Ursino, trae conferma da recenti scoperte sotto lo stesso castello, per il resto l'insedimento greco fu ben circoscritto nella sua massima estensione anche grazie alle necropoli, soprattutto in direzione nord, e trovò verisimilmente posto all'interno dell'area oggi demarcata da via Plebiscito. Su tale superficie ad ovest si staglia i maniera marcata la colline di Monte Vergine, dove a ragione si suppone un'acropoli. I recentissimi scavi nel settore del Monastero dei Benedettini hanno messo in luce tracce insediative del teempo di fondazione. Le strutture edilizie della fase iniziale della colonia vengono testimoniate da tre brandelli di muro isolati, che tuttavia, con il loro orientamento nord-ovest/ sud-est, testimniano un piano urbanistico preordinato. Sono state trovate recentemente tracce di piccole abitazioni rettangolare, databili alla metà del VI secolo, anche se mancano tracce dell'insediamento siculo. Del periodo normanno si conservano principalmente il castello di Aci Castello e le absidi della Cattedrale di Sant'Agata (il Duomo), che poi sarebbe stata ristrutturata dopo il terremoto del 1693. Oggi la cattedrale conserva la vara, il busto-reliquiario e la cassa-reliquiaria di Sant'Agata, realizzato dal senese Giovanni di Bartolo nel XIV secolo.Unico monumento di età bizantina è la Cappella Bonajuto (nome derivante dalla famiglia nobiliare che l'aveva tenuta come sacrario di famiglia nonché cappella privata): si tratta di una "trichora" bizantina cioè un edificio con tre absidi; prima del suo restauro se ne aveva conoscenza grazie ai disegni di Jean Houel.Del periodo svevo (XIII secolo) è il portale della chiesa di Sant'Agata al Carcere e il federiciano Castello Ursino (di recente restaurato, è ora sede del Museo civico (raccolte Biscari e dei benedettini) coevo del più famoso castello pugliese di Castel del Monte.Della dominazione aragonese rimane la chiesa di Santa Maria di Gesù situata nella piazza omonima, costruita nel Cinquecento e ristrutturata nel Settecento. Nel 1558, fu iniziata la costruzione del Monastero dei Benedettini, a cui sarebbe poi stata affiancata la chiesa di San Nicolò l'Arena. Distrutto dalla colata lavica del 1669 e dal terremoto del 1693, nel 1703 se ne avviò la ricostruzione che tuttavia non è stata mai più portata a termine. Le cosiddette Mura di Carlo V, che racchiudono il centro storico, furono iniziate nel XVI secolo ma vennero praticamente ricostruite dopo il terremoto. Catania è stata ampiamente distrutta nel 1169 e nel 1693 dai terremoti. Il suo territorio circostante è stato più volte coperto da colate laviche che hanno raggiunto il mare. Ma i catanesi caparbiamente l'hanno ricostruita sulle sue stesse macerie. La leggenda vuole che la città sia stata distrutta sette volte durante la sua storia, ma in realtà tali eventi disastrosi si possono sicuramente riferire a pochi ma terribili terremoti. Anche le distruzioni del centro urbano a causa delle colate laviche sono frutto di una storiografia fantasiosa.Tutti i monumenti antichi sono stati inseriti nel tessuto urbano della città ricostruita grazie all'opera dell'architetto Giovan Battista Vaccarini, che ha dato alla città una chiara impronta barocca. Tra gli altri che hanno aiutato la rinascita della città si ricordano Francesco Battaglia, Stefano Ittar, Alonzo Di Benedetto e Girolamo Palazzotto. Nel 1890 venne inaugurato il Teatro Massimo Vincenzo Bellini,seguendo lo stile dell'opera di parigi, in piazza Vincenzo Bellini. Negli anni trenta a Catania iniziò la costruzione del Palazzo di Giustizia e in seguito la fontana de I Malavoglia. Nel 1961, il Piano regolatore di Luigi Piccinato diede avvio ai lavori di costruzione anche del complesso universitario della Cittadella, che oggi è una delle assi portanti dell'Università.



lunedì 9 febbraio 2009

Lentini

Tucidide riferisce che 5 anni dopo Teocle e i Calcidesi, partendo da Nasso,colonizzarono lentini dopo aver scacciato con forza i Siculi, e che poi fondarono Catana, i cui abitanti elessero ecista Evarco aggiunge che Lami, il quale era arrivato in Sicilia press'apoco nello stesso periodo alla testa di una colonia proveniente da Megara si insediò per un certo tempo a Lentini insieme ai Calcidesi, ma poi ne fu scacciato da questi. Allora si recò a colonizzare Tapso, dove morì, e i suoi compagni fondarono Megara. L'origine calcidese di Lentini è attestata anche da Diodoro. Polieno racconta che Teocle occupò Lentini insie,e a dei Siculi che già vi erano insediati. Lami, che guidava un'altra colonia proveniente da Mgara, chiese di potersi unire a lui. Teocle gli rispose che non poteva scacciare di persona i Siculi che convivevano con le sue genti nella città. Ma che di notte avrebbe aperto le porte ai Megaresi, i quali avrebberi9 potutov aggredire i Siculi come nemici. Così avvenne. Il nome di Lentini, che i Greci ricollegano alla parola Leone, è sopravvissuto fino ad esso. oggi la città è una grossa borgata. La città si estendeva sul fondo di una depressione assai stretta, fra due acropoli, una ad est euna ad ovest. La città aveva due porte: una a sud, che conduceva verso Siracusa; l'altro, a nord, guardava sulla pianura lentinese. Pare che già nel secolo VII esistesse una cinta muraria. Ma l'insediamento greco primitivo dovette occupare soltanto l'altura del colle San Mauro formata dalle alluvioni di origine vulcanice del Simeto e del San Leonardo; questa pianura era la più grande e la più ricca della Sicilia. Il tratto di mura principale , caratterizzato da suèerfici esterne inclinate, attraversava la valle tra i due colli già nel secolo Vu; il tratto di mura che corre sul pendio al di sopra di queste mura arcaiche e che fu considerato in passato il più antico, costituisce una delle ultime misure adottate per la protezione della collina. Il santuario principael della città si stabili su una piattaforma esposta e ben visibile, sovrastante un erto pendio roccioso, allo spigolo sud-occidentale del monte San Mauro.tracce di un ulteriore tempio arcaico sono presenti sulla collina opposta sopra gli avanzi dell'insediamento siculo, mentre una stipe votiva fu scoperta<>9-10-11 maggio: festa patronale di Sant'Alfio
I festeggiamenti iniziano con la novena, il 1º maggio, un cerimoniale secolare che si ripete ogni anno. Si entra nel vivo il 9 sera con la processione della reliquia del sacro cuore di Sant'Alfio. Si inizia dalla chiesa della Campana, eretta su un antico tempio greco, attraversando le principali vie del centro storico fino a raggiungere la chiesa di sant'Alfio. All'una, dopo il rintocco delle campane, si aprono le porte ed appare sant'Alfio; segue il grido: "'e gghiamamulu a sant'affiu" intonato unanime da tutti i cittadini. I "nuri" (nudi), così vengono chiamati i devoti, uomini a torso nudo con in mano un mazzo di fiori o ceri e la mano legate dietro la schiena, corrono gridando: «viva li santi mattri: mattrisanti!», per le vie della città ripercorrendo il giro santo. Alle dieci del 10 maggio, dopo la celebrazione eucaristica presieduta dall'arcidiacono parroco, "a sciuta di sant'Alfio", seduto su una poltrona di argento donatagli, alla fine dell'800, dal senatore Giuseppe Luigi Beneventano, esce dal sagrato accompagnata dai canonici, dai cavalieri del Santo Sepolcro, dalle associazioni cattoliche, le confraternite fino a raggiungere la sede comunale, ex palazzo Scammacca, dove ad attendere ci sono il sindaco, la giunta e civili della città. Davanti al portone il primo cittadino a nome di tutti i lentinesi dona al santo un mazzo di rose, in segno di devozione. Poi il giro d'onore con la vara di sant'Alfio, che raggiungerà tutti i quartieri, fino ad arrivare in serata "a porta iaci", in via regina Margherita, l'antico quartiere di Santa Maria vecchia, dove avviene l'offerta della cera. L'11 mattina si tiene il pontificale presieduto dall'arcivescovo di Siracusa, e concelebrato dai sacerdoti della città. Segue una processione senza soste, fino all'alba del 12, quando sant'Alfio ritorna in chiesa, chiuso nella sua cappella, fino al prossimo anno.
La festa di San Giuseppe
Il primo appuntamento è con la festa di San Giuseppe, che viene celebrata la domenica più vicina al 19 marzo.
La festa mantiene vive alcune usanze, a partire dalla processione della Sacra Famiglia, impersonata da volontari, al passaggio della quale la gente fa offerte in denaro evolute in beneficenza; dopo si effettua il tragitto dalla chiesa dell'immacolata al palco posto in piazza Umberto I, dove avviene la vendita all'aste dei doni, anche questi offerti. Lì il tradizionale pane casereccio lentinese, asparagi selvatici, cacciagione, e dolci tipici sono "vanniati" prima di essere aggiudicati con l'esclamazione "San Giuseppe!".
Venerdì Santo
Il Venerdì Santo, la processione del Cristo Morto e di Maria Addolorata, preceduta in Chiesa Madre dalla "scisa a cruci", mobilita i cittadini al seguito del baldacchino in cui è riposta la statua del Cristo crocifisso.
La traslazione delle reliquie
La memoria della traslazione delle reliquie dei santi martiri, il 2 settembre, fa rivivere in piena estate i giorni della festa patronale di maggio, nel ricordo del rientro delle reliquie avvenuto nel 1517 dal monastero di Fragalà, in provincia di Messina.
San Valentino in poesia
Dal 10 al 14 febbraio ha luogo il "San Valentino in poesia". In piazza Taormina vengono collocate delle bacheche su cui chiunque può apporre proprie poesie d'amore, lettere, messaggi, graffiti o racconti brevi. Ogni sera si improvvisano letture pubbliche. Il materiale esposto viene raccolto in un volume che l'anno successivo viene donato gratutamente a tutti i partecipanti, a chi ne fa richiesta e alle coppie che si sposano in municipio.

venerdì 6 febbraio 2009

Nasso

I primi Greci che colonizzarono la Sicilia furono i Calcidesi dell'Eubea, guidati dall'ecista Tucle, fondarono Nasso ed elessero l'altare di Apollo Archegete. Il nome di Nasso non ha origine più remota. La posizione della città giustificherebbe l'appellativo di Segnale. L'ubicazione di Nasso è ancora individuabilie nella piccola penisola di Schisò. Questa lingua di lava che si addentra nel mare costituiva una posizione facilmente difendibile e presenteva non pochi vantaggi per i colonizzatori stranieri. La città era racchiusa tra i monti troppo alti, soprattutto a nord. Per questo il suo fondatore si preoccupò ben presto di fondare altre colonie nei dintorni, mentre la Nasso vera e propria ebbe uno sviluppo modesto. Il luogo dove sorgeva la città è abbandonato ormai da secoli, distrutta nel 403 da Dionigi I, l'antica Nasso cercò di risorgere nel secolo IV ma no pteva competere con la vicina Taormina. L'insediamento del secolo VIII che occupava solo la parte più orientale del promontorio fra il torrente Santa Venera e Capo Schisò, non superò però i 10 ettari. Le due strade che si fanno risalire al secolo VIII sembrano parlare a favore di un orientamento nord-est/sud-ovest, parallelo alla linea di costa in modo da sfruttare nella maniera migliore l'andamanto delle larghe terrazze che dai bassi, vicini rilievi Larunchi e Saluzzo scendevano al mare. Solo nella seconda metà del VII secolo possiamo avere indicazioni utili sull'abitato urbano, quando le aree urbane saranno orientate come le strade e le abitazioni ubicate in modo da non intralciare lo sviluppo urbano. I quartieri di ceramisti appaiono ubicati al margine dell'abitato e a essi seguono le necropoli. La Naxos di VII secolo era ampia gia 40 ettari com orientamento dei quartieri della parte occidentale diverso da quello orientale. L'originario temenos di Afrodite è delimitato a un peribolo in opera poligonale cos' solido da essere utilizzato dalle mura delle quali si circondò la cità sul finire del VI secolo. Di pubblico nel tessuto urbano conosciamo finora alcuni sacelli che nell'impianto di V secolo verranno oblitare da case.

giovedì 9 ottobre 2008

Ragusa

La città di Ragusa , il cui nome in dialetto siciliano suona Raùsa, è un comune di 72.526 abitanti, capoluogo di provincia, si trova nella parte meridionale dei monti Ibleiad oltre 500 metri di altitudine ed è il settimo comune della regione per numero di abitanti.
Il nome originario della città è da attribuire al culto della misteriosa Dea Hybla venerata dagli antichi siculi, in seguito dai greci fu appellata Hybla Heraea associando alla divinità ctonia la dea Hera. L'origine del nome odierno sembra risalire all'epoca bizantina, (Ρογος) Rogos ovvero granaio, per la ricchezza agricola della zona. In seguito con il dominio arabo il nome della città venne trassformato in Ragus o Rakkusa che in lingua araba significa "luogo famoso per un sorprendente avvenimento, una battaglia". Infine in epoca normanna e aragonese venne latinizzato in Ragusia, per poi diventare alla fine del XVIII secolo Ragusa.
È il comune più ricco dell'isola e fra i più agiati del meridione. È indicata come la "Città dei ponti" per la presenza di tre strutture, ma è stata definita anche da letterati, artisti ed economisti come "l'isola nell'isola" o "l'altra Sicilia", grazie alla storia e ad un contesto socio-economico molto diverso dal resto dell'isola.
Nel 1693 un devastante terremoto causò la distruzione quasi totale dell'intera città, mietendo più di cinquemila vittime. La ricostruzione, avvenuta nel XVIII secolo la divise in due grandi quartieri; da una parte Ragusa superiore, situata sull'altopiano e dall'altra Ragusa Ibla, sorta dalle rovine dell'antica città e ricostruita secondo l'antico impianto medioevale.
I capolavori architettonici costruiti dopo il terremoto, insieme a tutti quelli presenti nel Val di Noto, hanno dato vita al più grande sito UNESCO del mondo.

mercoledì 17 settembre 2008




lunedì 28 aprile 2008

Capo Passero (SR)


L' Isola di Capo Passero, lunga m. 1300, larga m. 500, ed estesa per circa 37 ettari, è situata tra il mar Jonio e il Mediterraneo ed può considerarsi una autentica perla naturalistica, tanto da essere inclusa dalla Società Botanica Italiana nei biotipi di rilevante interesse botanico della Sicilia. Nella sua parte occidentale, quella più vicina alla costa, l'azione combinata delle maree e dei venti ha formato una bellissima spiaggia, frequentata ogni anno da tantissimi turisti. In questa zona la vegetazione è quella tipica dei litorali sabbiosi: l'Euforbia pepilis, il giglio di mare (o Pancrazio) e la rughetta marina.
Proseguendo verso nord, si incontrano i magazzini per le attrezzature della Tonnara di Portopalo, una delle più importanti di Sicilia. Intorno alle costruzioni si trova depositato un gran numero di ancore ormai arrugginite: servivano a fissare al fondo del mare le pesanti reti che conducevano i tonni verso la "camera della morte", l'ultima destinazione di quei grossi pesci prima di diventare vittime della mattanza. Nella sua parte centrale l'isola è interamente ricoperta dalla palma nana e da altre forme vegetali tipiche. Oltre al coniglio vivono sull'isola almeno due specie di lucertole che prolificano numerose per la mancanza assoluta di predatori.
L'avifauna è composta soprattutto da numerosi passeracei che fanno la spola fra la vicina costa e l'isola: Fanelli, Verdoni, Cardellini, Beccamoschini, Saltimpali ed altri ancora. Gli scogli isolati e la costa nord-occidentale a picco ospitano numerose specie di Gabbiani. L'ittiofauna è quella tipica di tutta la costa sud-orientale siciliana: fino a qualche anno fa Cefali, Spigole, Saraghi, Sogliole ed Aragoste erano abbondantissimi anche in acque molto basse, oggi lo sono soprattutto nelle "secche" che da Vendicari, più a nord, all'isola delle Correnti, più a sud, costelIano a varie distanze dalla costa questo tratto di mare.
Fino ad una trentina d'anni fa le spiagge a ridosso del paese di Porto Palo erano utilizzate abitualmente dalla Tartaruga marina (Caretta caretta) per la deposizione delle uova: uno spettacolo affascinante, un tempo comune su tutte le spiagge sud-orientali siciliane, purtroppo oggi scomparso. Una distanza di circa 250 metri separa l'Isola di Capo Passero dalla costa di Portopalo, alla quale, un tempo, era unita da un istmo sabbioso. Ancora oggi tuttavia tale sottile striscia di sabbia è ben visibile nei periodi di bassa marea, ma sconsigliabile da attraversare a piedi, a causa delle forti correnti presenti nella zona.
Sull'Isola di Capo Passero ci sono anche due importanti monumenti da visitare. Uno è l'imponente fortezza svevo aragonese di Carlo V di Germania e Re di Spagna (risalente al XIV secolo); e, poco prima di giungere al forte, si eleva l'altro monumento degno di menzione: si tratta della grande statua bronzea di Maria SS Scala del Paradiso "Guardiana del mare di Sicilia", alta 5 metri e posta su un piedistallo di 20 metri. Il monumento, opera del fiorentino Mario Ferretti, fu inaugurato nel 1959 dal Vescovo di Noto Angelo Calabretta alla fine del XVI Congresso Eucaristico Nazionale di Catania.
Circumnavigare l'isola di Capo Passero è un'esperienza unica, un appuntamento imperdibile per tutti coloro che amano i paesaggi marini. Partendo da un imbarcadero naturale e navigando in senso orario balzano subito alla vista i due magazzini e le ancore abbandonate della tonnara. Appena la costa comincia ad innalzarsi verso oriente, appaiono le prime grotte marine: alcune di esse sono bellissime, particolarmente quelle che formano l'insieme denominato "Grotte del Polipo". Poco dopo, la costa, dopo altre grotte minori ed un piccolo golfo, diventa bassa e frastagliata e qua e là emergono scogli isolati.

Marzamemi (SR)


QUESTA E' LA STORIA DI UN BORGO INCANTATO.
E' una piccola borgata distante da Pachino circa 3 km. Marzamemi conserva nel suo nome traccia degli arabi "Marsà al hamen" che ha il significato "Rada delle Tortore". Il nome le è stato dato dall'abbondante transito di questi uccelli durante la primavera. Alcuni la fanno derivare da Marza-Porto, Memi-Piccolo: Piccolo Porto. La borgata è bagnata quasi tutta all'intorno dal mare Ionio e il livello è inferiore al mare. Sul Mare Ionio, si incontrano le due isolette di Marzamemi: la piccola e la grande, che forma una curva d'entrata nel recente porto formato dalla stessa isoletta e da un braccio di mura a calcestruzzo, che si prolunga nel mare.
Gli abitanti della borgata sono tutti dediti alla pesca: essa era già molto nota, fin da antichi tempi per la tonnara, che era la dopo quella di Favignana (presso Trapani) e, ora, funziona ogni cinque anni. Le poche famiglie che vi abitano sono quasi tutte originarie da Siracusa o qualcuna da Avola.
Marzamemi è antica quanto la tonnara. Nel 1752 furono costruiti il palazzo del Principe di Villadorata, proprietario di tutto il centro storico di Marzamemi, e la chiesa della Tonnara. Marzamemi ha sulla sua costa, due piccoli porti naturali denominati "Fossa" e "Balata". La navigazione, sopratutto tra Marzamemi e Genova è stata, in passato, molto attiva per il commercio del vino, specie, prima della costruzione della strada ferrata Pachino-Marzamemi-Noto-Avola-Siracusa. Marzamemi si può considerare come la spiaggia di Pachino: nel periodo estivo, infatti, la sua popolazione aumenta considerevolmente, per il numeroso affluirvi di villeggianti, provenienti da Pachino e sopratutto da paesi esteri.
LE DUE CHIESE.
In pieno centro storico di Marzamemi, e parte integrante della tonnara, si trova la piazza del paese, denominata: Piazza Regina Margherita. Sulla piazza, si affacciano, pure, i due prospetti delle chiese, la vecchia e la nuova, entrambe dedicate a San Francesco di Paola, protettore della borgata, e il prospetto del Palazzo del Principe di Villadorata, proprietario della tonnara.
La chiesa nuova, sulla vostra sinistra, fu fabbricata per munificenza del sommo pontefice Pio XI. Il prospetto è semplice, lineare. Al centro, al di sopra del portale, spicca un rosone, di stile romantico. La facciata è divisa in tre sezioni verticali, delimitate da due pilastri laterali. Il portone di ingresso è di legno scanalato ed è preceduto da tre gradini di marmo. Il prospetto termina col tetto a capanna. La copertura di tutta la chiesa è a spioventi. A sinistra, per chi guarda, di fronte, si scorge il campanile, posto alla stessa altezza del tetto della chiesa. La chiesa è costruita in pietra bianca.
LE CASETTE DEI PESCATORI.
Le casette dei Pescatori, sulla vostra sinistra, girano attorno alla piazza e danno al paesaggio un aspetto uniforme. Esse risalgono al 1600, anno in cui fu costruita la tonnara. Nel 1752, in occasione della costruzione del Palazzo del Principe di Villadorata, furono ristrutturate, le casette dei marinai. Attualmente la maggior parte di esse sono disabitate, perchè logorate dal tempo. Le casette sono state costruite con blocchi di pietra, hanno forma quadrata e tetto a spiovente. La più caratteristica è la "casa del forno", detta così perchè provvista all'interno di un grandissimo forno, in muratura. Il forno forniva il pane a tutti gli abitanti della tonnara. Attualmente la casa ha il numero civico 7, ma è disabitata.
La chiesa antica, fu costruita come il palazzo del Principe, nel 1752, è tutta in pietra arenaria, è sopraelevata, ha tre gradini di pietra, i quali portano al portone d'ingresso. All'interno la chiesa è ad una navata, aveva un altare centrale, purtroppo, crollato; ai lati vi sono due altari minori, uguali, sostenuti da colonnine, e sopra, due nicchie. La copertura della chiesa è completamente crollata. Restano, soltanto una parte del campanile e accanto un arco.
IL PALAZZO DEL PRINCIPE DI VILLADORATA.
Sulla piazza, si affaccia, pure, il palazzo del Principe di Villadorata, che occupa tutto il lato ovest. Fu costruito nel 1752, in pietra arenaria. L'ingresso è costituito da un portone di legno, il cui portale è rappresentato da un arco, che ha, al centro, una chiave con lo stemma di famiglia. Sul lato sinistro della facciata, si trovano un balcone e una porta. Sul limite, accanto all'ultima porta si trova una lapide in marmo, dedicata ai caduti in guerra.Sul lato destro della facciata, vi sono due finestre quadrate, protette da inferriate. Sulla parte superiore della facciata, posti alla stessa altezza e alla stessa distanza l'uno dall'altro, si trovano cinque canali (due sono andati perduti) di scarico dell'acqua piovana, i quali hanno la forma di grosse mensole, terminanti, anteriormente con viri umani. IL palazzo non presenta bellezze artistiche all'interno, era ricco di mobili, quadri, argenteria, oggetti preziosi; ma, venne saccheggiato, durante l'ultima guerra mondiale. Un ampio cortile centrale dà aria e luce agli ambienti interni; una scala di pietra, a due rampe, porta nell'appartamento del principe, il quale ha una struttura molto semplice. Da questo appartamento si accede in un ampio terrazzo, dove erano costruiti dei sedili, in pietra, ora, distrutti dal tempo. Le mura del terrazzo presentano delle feritoie, le quali servivano a sparare contro i pirati. Sempre dall'appartamento del principe, ma, dalla parte opposta del terrazzo, si accede in un balconcino, dal quale il principe si affacciava, per controllare il lavoro dei pescatori nel magazzino sottostante. Questo magazzino chiamato: "Camperia", ha delle arcate, sulle quali venivano poste delle immagini sacre e delle ciotole, destinate alle offerte per la festa del patrono. All'interno del magazzino si trovano le barche usate per la pesca dei tonni, lo "scieri" le "chatte", gli uncini, (che servivano per tirare su il pesce) e le reti. In un angolo del magazzino, si trovava un piccolo ufficio dove avveniva, la registrazione e la pesatura dei tonni.
IL NUOVO CENTRO DI LAVORO DEI TONNI.
La tonnara di Marzamemi, fu impiantata dagli arabi, durante la loro dominazione in sicilia. Nel 1630 (come da contratto di compravendita esiste all'archivio di stato di Siracusa) un nobile spagnolo, residente a Palermo decise di vendere la tonnara al Principe di Villadorata, discendente da un ammiraglio inglese di origine russa. Tale ammiraglio di nome Nicolajev, naufragò col suo carico nei pressi del lido di noto dove fu ben accolto dal Governatore di Noto. I Nicolaci di Villadorata migliorarono il caseggiato della tonnara e fecero affluire esperti carpentieri da Avola e da Siracusa, i quali presero definitiva residenza a Marzamemi. Nel 1752 fu costruito il palazzo e la chiesa della tonnara, e furono riadattate tutte la casette dei marinai.
Nel 1912 a Marzamemi fu costruito uno stabilimento per la lavorazione prima del tonno salato e successivamente del tonno all'olio. La pesca della tonnara fu abbondante fino al 1951, nel 1952 entrò in funzione la Rasiom di Augusta e cominciò il sensibile calo della pesca in tutte le tonnare che erano sette: Santa Panascia - Terruzza - Fontane Bianche - Avola - Bafuto Vendicari - Marzamemi e Capo Passero.
IL PORTICCIOLO NATURALE
La "Balata" è, assieme alla "Fossa", uno dei due piccoli porti naturali di Marzamemi. La Balata è come una piccola piazza, limitata in parte, da case, e in parte dal mare. E' pavimentata con lastricati di calcare compatto, di forma rettangolare. All'interno dello spazio "Balata" si trovano due fabbricati la "vecchia Fabbrica" e la "Casa Cappuccio".
La "Vecchia Fabbrica", dove si produceva il ghiaccio, è preceduta da una grande arcata, è di antica costruzione e appartiene al Principe di Villadorata. Accanto alla " Vecchia Fabbrica" si trova la "Casa Cappuccio", un antica abitazione, oggi, purtroppo diroccata, di proprietà anch'essa del Principe. La "Casa Cappuccio", chiamata così dal nome di un affittuario della tonnara, ha molta importanza per il punto in cui si trova, infatti, tre delle quattro facciate sono rivolte al mare.
La facciata, più vicina al mare, presenta un terrazzo il quale termina con un muro di protezione molto caratteristico. Dai resti, si nota che la casa presentava, oltre al piano-terra, un piano superiore, con un terrazzo che dava sul porticciolo naturale.

venerdì 11 aprile 2008

Enna

Situata in bellissima posizione su un altipiano a 948 m di altitudine, viene chiamata il Belvedere della Sicilia ed è anche il più alto capoluogo di provincia italiano. Man mano che si sale, la strada offre begli scorci sulla vallata e sul paese di Calascibetta arroccato sul fianco concavo di una collina. Il culto di Cerere (Demetra greca), dea del frumento, ha avuto qui un'importanza particolare, a testimonianza delle coltivazioni che ancora oggi caratterizzano questa zona. E poco distante, sulle rive del lago di Pergusa (si vedano i Dintorni), che la mitologia greca colloca il rapimento di Proserpina, figlia della dea, da parte di Ade, dio degli lnferi. E sulla punta estrema di Enna, al belvedere, sorgeva nel periodo antico un tempio dedicato a Demetra.Insediamenti d'età neolitica, databili all'8000 a.C., sono venuti alla luce su un rilevo, il Cozzo Matrice, nei pressi del Lago di Pergusa, dove sorgeva un villaggio fortificato, le cui mura e i resti sono ancora fruibili, in cui spiccano un tempio più tardo dedicato alla dea Kore, e una interessante necropoli. Altri insediamenti neolitici, attorno al lago, testimoniano della presenza umana e dell'introduzione della coltivazione dell'ulivo che colora le colline della conca pergusina nonostante gli oltre 700 metri d'altitudineÈ teoria diffusa che proprio i Sicani, tredici secoli prima di Cristo, abbiano eretto, sullo sperone orientale del monte Enna, una roccaforte militare di grandissima importanza per quell'epoca remota della storia, che adattamenti e rifacimenti svevi nel Medioevo trasformarono nell'attuale simbolo architettonico della città, l'imponente Castello di Lombardia.
Sembra proprio di origine sicana anche l'introduzione nella zona dell'agricoltura e del culto di una dea madre la cui identità si fonderà poi con la Demetra dei greci, nota appunto come Dea delle Messi. In suo onore fu eretto sulla Rocca di Cerere un grande Tempio pagano, descritto tra gli altri da Cicerone, che richiamava pellegrinaggi da tutto il mondo pagano.
L'avanzata dei Siculi da oriente rese ancora più importante l'esistenza del sito di Enna che riuscì a resistere e a stipulare un trattato di pace con gli invasori. In seguito le due popolazioni si fusero e integrarono; per circa cinque secoli, fino all'arrivo dei greci, Henna e le città circonvicine, Agyrio, Ergezio, Kentoripa, Enghion ed altre, formarono quasi una nazione ricca e fiorente che solo dopo parecchio tempo venne attratta nell'area di influenza greca. Soprattutto ad Henna l'elemento siculo mantenne una sua propria individualità.L'ellenizzazione della città è testimoniata dalla moneta battuta che è di tipo greco già nel V secolo a.C. La città, la polis, fu chiamata Henna dai greci; era conosciuta in tutta la Sicilia per il suo tempio con il culto di Cerere, per i greci Demetra: i pellegrini vi si recavano persino da Roma. Il periodo presenta alterne vicende in cui Henna fa parte delle poleis sottomesse a Siracusa, come nel 396 a.C. quando il tiranno Dionigi I la conquistò con l'inganno e altre, come nel il periodo di Timoleonte, in cui riacquistò la propria autonomia.
Si mantenne tuttavia abbastanza indipendente e fiorente almeno fino al 307 a.C. quando cadde definitivamente sotto il dominio di Agatocle. Durante il regno di Gerone II le legioni romane riuscirono a sottomettere Henna dopo lunghe battaglie e un'orribile strage commessa da Lucio Pinario, uno dei generali del console Claudio Marcello, il conquistatore di Siracusa nel 212 a.C..
La presa di Henna da parte dei Romani fu certamente una delle più ardue imprese che i soldati di Roma avessero mai condotto in Sicilia: essendo la città arroccata su un'altipiano imprendibile, e difesa da una fortezza d'origine sicana, essi dovettero ricorrere alla rete fognaria per infiltrarsi fino in cima al monte e conquistare la roccaforte di Sicilia. Da tale esperienza i Romani nominarono Henna Urbs Inexpugnabilis.Cadde successivamente sotto l'influenza dei Cartaginesi.
Dopo la conquista romana ottenne il titolo di municipalità libera e divenne fornitrice di risorse alimentari in virtù della fertilità del suo suolo definito il granaio di Sicilia, dovendo però pagare la decima dei prodotti agricoli a Roma. Tuttavia lo sfruttamento romano alimentò un sempre più grave malcontento finché nel 135 a.C. non scoppiò la sanguinosa Prima guerra servile. A capo della rivolta uno schiavo siro di nome Euno che si proclamò re e che fece battere moneta col nome di Basileus Antiocos e per ben tre anni tenne in scacco i romani, anche perché la rivolta, si era estesa a tutta l'isola. Furono commesse molte atrocità soprattutto verso le famiglie patrizie; la riconquista romana sottopose la città ad un duro regime vessatorio culminato poi nelle espoliazioni del pretore saccheggiatore Verre che provocarono anche la dura protesta di Cicerone con le sue Verrine.
Con la costituzione dell'impero romano Enna riottenne il suo titolo di municipalità e la conservò anche dopo la caduta di questo. Quando iniziarono le invasioni barbariche fu proprio la sua posizione elevata e inespugnabile a salvarla. Nel 535 cadde sotto il dominio dell'impero romano d'oriente riacquistando la sua importanza proprio come roccaforte militare bizantina.Fino all' 858 Enna rimase sotto i bizantini che vi trasferirono il comando militare e amministrativo data la sua importanza come città strategica. Quando gli arabi invasero la Sicilia, dopo la caduta di Palermo vi si asserrragliarono le ultime forze di difesa bizantine. Gli assedianti si stanziarono a lungo sulla montagna di fronte, a Qualat-Shibeth (Calascibetta) e fu una delle ultime città a cadere e non perché espugnata. Il periodo arabo fu comunque quello della rifioritura; governata dall'emiro Kaid venne identificata come nuova capitale musulmana dell'Isola assumendo il nome di Qasr-yannih, che vuol dire castello di Enna.Non fu facile al conte Ruggero espugnare la città; gli occorsero ben quindici anni di assedio. Enna gli venne consegnata nel 1087 solo grazie ad un patto con il comandante saraceno, signore di Castrogiovanni e Girgenti, Ibn-Hamud. Il nome della città a questo punto viene convertito nella forma di Castrogiovanni e tale rimarrà fino all'epoca fascista. Il periodo normanno vede anche l'insediamento di colonie di lombardi e piemontesi a Castrogiovanni, ma anche a Nicosia e Piazza Armerina. Ma, mentre le varie città vennero assegnate come feudi ai cavalieri e alle diocesi, Castrogiovanni rimase città demaniale divenendo importante centro culturale e politico del regno Normanno. Nel 1130 Ruggero II fece restaurare l'antica fortezza sicana oggi nota come il Castello di Lombardia.
Federico II re di Sicilia e del Sacro Romano Impero, tra il 1200 e il 1240 vi fece costruire la Torre ottagonale, operando modifiche all'Antico Castello. Dopo la breve parentesi angioina, culminata nei Vespri siciliani (1282), e l'avvento degli aragonesi si riaprì la parentesi felice per Enna; Federico II d'Aragona vi stabilì la sua residenza estiva; vi ricevette il titolo di Re di Trinacria nel 1314 e vi convocò il Parlamento siciliano nel 1324. Vi furono importanti restauri e l'edificazione del Duomo. privilegi di città demaniale di Castrogiovanni decaddero quando nel 1409 la Sicilia si trasformò in un vicereame spagnolo e pian piano anche l'importanza della città si ridusse. Gli spagnoli erano interessati solo allo sfruttamento delle ricchezze del suolo e della produzione agricola.Nel 1713 il trattato di Utrecht assegnò la Sicilia al Duca Vittorio Amedeo di Savoia ma questi dopo poco la barattò con la Sardegna consegnandola alla monarchia austriaca.La dominazione austriaca durò poco; nel 1738 il trattato di Vienna assegnò la Sicilia a Carlo III di Borbone, ma neanche questo nuovo cambiamento arrecò beneficio alla città, che i borboni penalizzarono pesantemente, favorendo al contrario il ripopolamento delle campagne circostanti, con il chiaro intento di sfruttare solamente le potenzialità agricole del circondario.
I Borboni favorirono politicamente il comprensorio nisseno, alla cui provincia aggregarono anche il territorio di Enna, che così rimase sino all'epoca fascista.L'allora Castrogiovanni, contava già 15.000 abitanti ed essendo uno dei centri più popolosi dell'entroterra siciliano, fu attivamente coinvolta nell'impresa dei mille contribuendo all'unificazione dell'Italia.
L'eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, passò da Castrogiovanni nel 1861, e parlò al suo popolo, dal Palazzo Varisano, oggi sede del Museo Archeologico Regionale di Enna, di fronte al Duomo della città. Il discorso che Garibaldi tenne è celebre per via del motto O Roma o la morte! con cui incitò gli ennesi ad unirsi alla sua spedizione.
Nella seconda metà dell'Ottocento, Castrogiovanni trovandosi al centro di un territorio ricchissimo di zolfo, con le sue miniere alimentò per quasi un secolo il mercato internazionale. Purtroppo le solfare erano dei veri campi di lavori forzati anche per giovanissimi solfatari, spesso non ancora adolescenti, venduti dalle famiglie più povere per estrarre il minerale giallastro. Vennero a tale scopo approntate numerose linee ferrate minerarie sui cui vagoni veniva caricato. L'attività mineraria andrà sempre più riducendosi fino al secondo dopoguerra, rimanendo tuttavia sempre ricchezza e piaga per la città di Enna.
Il nuovo secolo vede la intensa attività politica e parlamentare del grande ennese Napoleone Colajanni, e il lustro letterario dei racconti di Nino Savarese, che suonarono come un segno di riscatto per la poco considerata e povera Castrogiovanni.
Con l'avvento del fascismo vi furono sommosse nella città, finché il 6 dicembre 1926 non fu proprio il Duce Benito Mussolini a scegliere Castrogiovanni come capoluogo di una nuova provincia, a dispetto delle vicine Piazza Armerina e Caltagirone, all'epoca più popolose di Enna. In tale occasione, nel 1927, le fu restituito l'antico nome legato all'epoca storica greco-romana.Quando fu eretta a capoluogo di provincia, Enna aveva circa 20.000 abitanti, e sconosceva altre attività che non fossero l'agricoltura e l'estrazione dello zolfo. L'essere divenuta la nona provincia siciliana, proprio nel cuore dell'isola, con l'aumento di nuovi posti di lavoro nel terziario, apportò un certo sviluppo alla città, che raggiunse i 31.000 ab., limite tutt'oggi insuperato. Il nuovo status di capoluogo di provincia le permise di revisionare la propria struttura urbanistica, con l'abbattimento di vecchi rioni per far posto a piazze, viali, palazzi ed uffici.
Il versante occidentale dell'altipiano in cui spicca la Torre di Federico II, che sino agli anni 1930 era ricoperto da un fitto bosco, venne disboscato e completamente urbanizzato, per l'incremento demografico e la necessità di uffici pubblici.
Bombardata dagli alleati il 13 luglio 1943, Enna conobbe un ridimensionamento demografico, anche a causa del crollo dell'attività mineraria. Per tutto il periodo del dopoguerra fino alla metà degli anni sessanta la vita della città si trascinò sonnolenta, mentre le campagne si spopolavano lentamente per effetto dell'emigrazione. A partire da allora si cominciarono a costituire i nuovi insediamenti di Enna Bassa e del Villaggio Pergusa, a valle di Enna.
Importanti, ma fugaci, fasi della storia cittadina furono nel 1961 le competizioni automobilistiche di Formula 1 nell' Autodromo di Pergusa sulle rive del lago omonimo, in seguito la nascita del Teatro più vicino alle Stelle nel castello di Lombardia, le gare di Formula 3000 e le esibizioni della Ferrari e di Michael Schumacher a Pergusa e, a metà degli anni Novanta, la fondazione dell'Università Kore di Enna.

Butera

Butera si trova a 402 metri s.l.m. Ha un’incantevole posizione con un pittoresco panorama che si estende intorno. Da questa altezza è possibile mirare da una parte gli antichi campi gelesi, mentre dall’altra alte montagne armoniosamente interrotte da vallate ridenti, irrigate nell’antichità da un fiumicello, il Naufrius.

Nel secolo XV lo Stato di Butera comprendeva 19 Feudi: Diliella, Lisano, Faino, Carruba, Turco, Turcotto, Magalufa, Milione, Castelluccio, Dolera, Pernice Nera, San Giacomo, Pozzo Soprano, Pozzo Sottano, Marchetta, Delle Vergini, Ineri, Faccilestri, San Nicolò. Oggi ha una superficie di ettari 50.490.00 che si estende in 24 feudi, essi sono: Carruba, Desusino, Faino, Milinciana, Redalì, Turco Grande, Turchiotto, Castelluccio, Diliella, Ficuzza, Gurgazzi, Gargheria, Iudeca, Milione, Santa Nicola, Disueri, San Giacomo, Strada San Giuliano, Strada Ciappino, Burgio, Pozzillo, Suor Marchesa, Moddemoso. Le contrade sono: Aguglia, Barretta, Birrinciolo, Cancidderi, Caporale, Cataldo, Chiappara, Cinquegrani, Commenda, Consi, Croce, Donna, Falconara, Finocchiara, Fiume Grande, Fiume di Mallo, Fontana, Fontana Calda,Guallarà, Inviata, Isabella, Iudichella, Lago, Lenza, Mezzomilione, Millitarì,. Monaco, Montagna, Monte Gricuzzo, Nostra Donna, Pantano, Passarello, Pergola, Perni, Piano della Fiera, Pispisella, Presa, Priorato, Punturo, Purgatorio, Reccuratolo,Ricolizie, Rizzuto, Rizzuto Gallarà, San Cusumano,San Francesco di Paola, San Giovanni, San Giorgio, Santa Maria Dell’Alto, Santa Caterina, San Pietro, Saracena, Seggio, Sgricciolo, Sotto San Rocco Spinello, Talai, Tenutella, Travacca, Turco San Pietro. Vergine Maria, Vespa, Zottomortillo. Vi scorreva il più importante fiume, il Disueri, ove è la Diga dei Disueri; questo fiume nasce da Piazza Armerina e nella pianura gelese prende il nome di Fiume Gela. Il territorio di Butera è ricco di torrenti: Burgio, Carruba, Zai, Comunello, quest’ultimo nel Mar d’Africa. vi erano nel territorio due fonti di acqua minerale una nel feudo di Suor Marchesa, l’altra a Passarello. A queste acque furono attribuite qualità medicamentose, specialmente per la malattia della pelle mentre acque solfuree si trovavano alla Mukulufa (Makluf = terra contenente silicio), dove vi era una zolfara. A Mukulufa esistette il Casale omonimo, territorio di Butera, e si hanno testimonianze del periodo preistorico e dell’età Romana. Sulla storia di Butera antica purtroppo non possiamo dire molto, poichè lo stesso Orsi, nei suoi studi sull’antichità delle città di Sicilia, ritenne inutile sondare il territorio della città di Butera perché pensava di non trovare nessuna nessuna anticaglia indigena, così sia agli storici che agli archeologi ignorarono la città. Butera veniva definita in antico con i seguenti toponimi: Omfake, Mactorium, (con riferimento a Mazzarino), Iblea Minima. Fra gli stessi archeologi e tepografi si notano tante contraddizioni: nessuno ha saputo dare una esatta definizione sulla posizione geografica di Butera antica. ma per fortuna grazie agli scavi condotti mirabilmente, dal 1951 al 1958, dal Prof. Adamasteanu, si sono ritrovati quei reperti che non esistevano per l’Orsi, che possono dare chiarezza sul sito di Butera antica e nello stesso tempo colmare le lacune della storia. Da un libro Arabo sappiamo che Butera venne chiamata Botira, che in arabo ha il significato di un "luogo scosceso ed un teatro d’armi". La città fu nell’antichità , in effetti, campo di battaglia nella famosa guerra tra Bizantini e Saraceni e poi tra Saraceni e il Normanno Conte Ruggero. Si può rilevare quanto antico sia il Castello Baronale di Butera che si erge sopra l’abitato, con grande spazio nel mezzo, una validissima fabbrica unita ad ardue torri che in quei tempi la coronarono tanto che il Conte Liberatore impiegò lunghi anni per conquistarla. Questa rocca ospitò l’Ospizio dei soppressi Cavalieri templari, che in seguito fu sede dell’imperatore Federico di Svevia.

venerdì 30 novembre 2007

Megara Iblea

Gli inizi della colonizzazione megarese in Sicilia sono legati alla colonizzazione calcidese. Strabone afferma che Megara e Nasso erano le più antiche città siciliote: quando Teocle scoprì le coste siciliane ela fertilità delle terre vi condusse un grosso nucleo di Calcidesi, un certo numero di Ioni ma anche Dori che erano in prevalenza Megaresi; i Calcidesi fondarono Nasso i Dori Megara. Il mito racconta che una colonia capeggiata da Lami partì da Megara nello stesso periodo in cui Teocle conduceva coloni calcidesi verso la Sicilia, fra la fondazione di Nasso e quella di Lentini. per questo Megara viene considerata una delle più antiche città siceliote. Una prima stazione fu stabilita a Trotilo, a monte del fiume Pantacia. Trotilo si trovava nelle vicinanze dell'odierna Brucoli e non era una posizione speciale: infatti i Megaresi la abbandonarono subito e condivisero con i Calcidesi la piana di Lentini, sicuramente più fertile. Questo avvenne quando Teocle e il suo seguito si trovava lì da poco tempo. Il soggiorno dei Megaresi durò solo sei mesi, o almeno così afferma Polieno. Espulsi da Lentini e privati delle loro armi i Megaresi si rifugiarono a Tapso, una località priva di acqua: probabilmante fu per quasto che i Megaresi non ci rimasero a lungo. La tradizione tramanda che solo dopo la perdita del loro capo, i Megaresi riuscirono finalmente a trovare una sede dtabile fondando , in accordo con i Siculi della zona, la città di Megara Iblea. Srecondo Tucidide, il re Iblone concesse ai megaresi il territorio su cui costruirono la loro città. Invece da Eforo sappiamo che l' Ibla antica divenne la nuova Megara. La città si trovava su un ripiano roccioso, fra il fiume Cantera a nord, mentre a sud vi era il torrente San Cusumano. La parte settentrionale fu la prima ad essere occupata. La città fu fortificata già nell'epoca arcaica con una cinta di mura. Colonia di Megara fi Selinunte e sono proprio i culti praticati nella colonia che chiariscono che i coloni che fondarono la Megara siceliota sono i Megaresi della Grecia. La sua fondazione sarebbe avvenuta verso il 727 a.C., ma si ottiene un'altra data "alta" se si aggiunge un secolo all'anno 650. La città fu distrutta da Gelone verso il 483-482 a.C. , e tornò a vivere solo in età ellenistica.

lunedì 26 novembre 2007

Camarina

Dopo un lungo periodo di assenza vi diletto ancora con qualche notizia delle altre città siciliane.
Camarina ebbe una storia movimentata. Poichè si erano ribellati a Siracusa, i Camarinesi furono attaccati, vinti e cacciati dalla loro città. Gli abitanti di Gela erano fra gli alleati di Camarina ma si rifiutarono di intervenire nella lotta. Secondo lo scoliasta Pindaro, la guerra sociale accadde verso il 552-547, il Pseudo-Scimno dice che Camarina fu distrutta quarantasei anni dopo la sua fondazione. Ma la città non scompare totalmente: Camarina passa in mano del tiranno di Gela, Ippocrate, come prezzo per il riscatto dei prigionieri siracusani, e se ne libera nel 492; qualche anno più tardi viene di nuovo spopolata da Gelone, che poi la colonizza per la terza volta. Durante la guerra del Peloponneso si schiera accanto Lentini contro le altre città doriche della Sicilia. La Camarina di Timoleonte dovette accogliere una comunità composita. Per la fondazione geloa del 461 ne siamo certi grazie alla scoperta di 158 tessere di piombo iscritte depositate nel tempio di Atena, le quali, mentre ci attestano una costituzione strutturata in maniera dorica anche se non priva, pare, di influenze ateniesi, ci assicurano, attraverso l'onomastica, che il corpo civico fu di origine mista. Ciò dovette ripetersi nel IV secolo poichpè una parte, e forse importante, dei nuovi coloniv timoleontei veniva dalla Grecia propria, con cui, del resto, i rapporti di Camarina durante il V secolo erano stati diretti e intensi, specie tramite Atene di cui la città era stat per lunghi anni alleata fedele. Nel bagaglio culturale dei nuovi coloni è verosimile che ci fossero idee ed esperienze urbanistiche "nuove", quelle ippodamee appunto, e di esse è possibile cogliere un riflesso nell'impianto della città timoleontea che gli scavi ci hanno reso sufficinetemente nota. La città fu ingrandita e inverità ci appaiono adesso occupate aree rimaste sempre libere dietro la cerchia delle mura arcaiche. L'impianto timoleonteo si articolò su cinque plateiai che correvano parallele alla dorsale in senso sud- nord. Questa plateia già nel V secolo aveva costituito la spina dorsale attraversando lo stretto promontorio fra Ippari e Oanis. Solo adesso fu continuata attraverso la collina " di Eracle" e su di essa e sulle altre plateiai, larghe circa 10 m, furono attestati numerosi stenopoi. Il rinnovato tempio di Atena rimane racchiuso, insieme col peribolo dell'area sacra arcaica, identificato nel suo lato occidentale, nello spazio di due isolati e mezzo. Non c'è dubbio che nella Camarina timoleontea l'agorà fu ingoblata nel rigido sistema modulare della città, ove occupò almeno tre isolati. Una stoà, larga 10,5 metri e lunga poco più di 80 metro, chiudeva la piazza da nord e si apriva verso sud, mentre una seconda stoà si trovava ad ovest.

domenica 7 ottobre 2007

il porto

Nel tratto occidentale della costa, proprio ai piedi della collina, venne costruito un nuovo porto, che sostituiva quello arcaico, ubicato alla foce del fiume Gela. Resti del muro in conci squadrati, legati fra di loro da grappe incassate in appositi incavi ricavati sulla superficie, sono stati individuati vicino all'attuale Porto Rifugio. Possiamo affermare che il muro correva lungo 100 metri in direzione NE-SO, il che lascia supporre che fosse un antemurale o un molo.

le necropoli

Le necropoli si trovano nel settore occidentale della collina. molte delle sepolture trovate sono ubicate in località Costa Zampogna e a Piano Notaro, che si trovano a nord e si estendono fuori dalle mura. In genere si tratta di sepolture a fossa terragna o a cassa rettangolare, e venivano ricavate neo banchi arenacei, coperte da lastroni litici. Gli inumati erano distesi sul fondo della tomba e il loro corredo era costituito da oggetti fittili; non sono state trovate sepolture ad incinerazione.

venerdì 28 settembre 2007

L'acropoli

L'acropoli può essere collocata nella zona orientale della collina, denominata Mulino a vento. I resti dell'abitato urbano denotano che, già a partire dalla seconda metà del VII sec., questo era sccandito da una maglia regolare di strade in direzione N-S, ortogonali alla strada che si sviluppa in senso E-O. Il settore nord è destinato ad abitazioni e botteghe, mentre in quello sud troviamo due templi dorici, dedicati ad Athena: il primo lo si può datare al VI sec, mentre il secondo è successivo alla vittoria di Himera (480 a.C.); di quest'ultimo abbiamo solo una colonna. successivamente alla distruzione punica del 405 a.C., il luogo viene piano piano abbandonato per restar sede solo di botteghe e complessi artigianali e pochi edifici sacri. L'abitato fu spostato nella zona di Capo Soprano.

mercoledì 26 settembre 2007

La casa bottega

Questo edificio venne ritrovato nel 1956 durante i lavori per il nuovo ospedale. Furono ritrovate solo le fondazioni, la piante è rettangolare e non si è trovato il muro perimetrale del lato nord, mentre quello del lato sud è privo di una porzione. Ad ovest si trova un piccolo ambiente. Pare che il tetto fosse costituito da tegole piane e da coppi dalla sezione pentagonale. Sulla parte S-O furono ritrovate anfore, usate probabilmente per contenere vino, purtropppo ritrovate non in ottime condizioni. Il fatto che la pianta sia molto semplice ha fatto pensa re agli studiosi che si trattasse di una bottega e non di una abitazione e si pensa che sia stato istallato su un sacello arcaico, poichè nel muro a sud fu ritrovato un'arula arcaica a rilievo, con Ercole che uccide Alcioneo. Non è un caso isolato: infatti anche nell'area di Villa Jacona fu trovata un'arrula arcaica. Questo ha fatto pensare agli studiosi che nella zona occidentale di Capo Soprano esistessero, oltre che necropoli, anche sacelli collegati al culto dei morti.

I Bagni Pubblici

A differenza di quelli moderni dove, se ci sono, la puzza regna sovrana e ti fanno stare a distanza di sicurezza, i bagni nell'antichità erano un rito, e certamente non comprendevano i sanitari ma erano delle terme. Il complesso delle terme a Gela venne scoperto nel 1957, ed è ubicato a sud dell' Ospedale, e si possono distinguere due ambienti. Il primo, indicato dagli studiosi con la lettera A, che si trova a N-O di tutto l'impianto, è formato da due gruppi di vasche collegate con un condotto di scarico; l'altro ambiente, indicato dalla lettera B, invece presenta un impianto di riscaldamento sotterraneo. Entrambi gli ambienti sono coperti da un tetto a tegole, erano separate in origine da un muro in mattoni crudi, del quale ci sono rimaste poche tracce. Le vesche possono essere divise in due gruppi: il gruppo 1 ne comprende 14 disposte s ferro di cavallo, mentre il psavimento era formato da lastre quadrate di terracotta. Le vasche si adddossavano ad un muro, che si trovava nel settore nord; ad ovest sono rimasti i resti di un altro muro, probabilmente costruito per ampliare la stanza. Vi troviamo vasche di tipo greco a sedile, con una cavità per i piedi o per essere svuotate agevolmente, poichè non vi era scarico e dovevano svuotarle a mano. Mentre le vasche delle file rettilinee sono costruite con conglemarato cementizio e ricoperte con intonaco bianco. Il secondo gruppo conta 22 vasche, disposte a cerchiointorno ad un pavimento di conglomerato. Tutte le vasche risultano mutile della parte posteriotre: è probabile che il complesso non fosse stato portato a termine. L'ambiente B era destinato alle vere proprie saune: questo proprio perchè vi erano gli impianti di riscaldamento sotteranei cin le camere per la combustione. L'impianto termale può essere datato intorno al IV-III secolo a.C., datazione confermata dagli oggetti ritrovati all'interno. L'impianto è stato distrutto nel 282 a.C.

Le mura timoleontee

Le fortificazioni greche, più conosciute come di Capo Soprano, venute alla luce negli anni tra il 1948 e ol 1954, sono un esmpio di grande valore e meglio conservato dell'architettura militare antica. Il muro di cinta si sviluppa per 300 m. marginando la parte occidentale della collina gelese così da rachiudere la città greca di IV e III secolo a.C., a partire dalla ricolonizzazione operata dal tiranno Timoleonte (339 a.C.) fino alla sua distruzione ad opera di Phintias( 282 a.C). Qualche studioso data le mura a due epoche diverse: la costruzione del muro sarebbe del V secolo mentre solo la sopraelevazione in mattoni crusi è attribuibile a Timolente. La tecnica di costruzione prevede alla base blocchi di arenaria di 2,80 metri, costituita da una doppia cortina ci conci squadrati; la parte superiore è in mattoni crudi. In età agatoclea (311-310 a,C.), a causa di un insabbiamento, venne realizzata una sovrastruttura merlata in mattoni crudi e un corridoio per la ronda interno, al quale si poteva accedere tramite scale. Sempre a questo periodo può essere attribuito il tratto di muro speronato che si sviluppa a sud, che si pensa dovesse raggiungere il mare. Ci fu un altro insabbiamento, poco priam la capitolazione di Gela per mano del tiranno agrigentino, che determinò la copertura di alcuni tratti, con il conseguente innalzamento della struttura. Sono visibili lungo le mura le canalette di scolo delle acque, mentre nella parte meridionale si nota una postierla a falso arco acuto, coperta da mattoni crudi sotto Agatocle; all'epoca fu costruita una torretta quadrangolare, i cui unici resti sono costituiti dal basamento. Il tratto occidentale del muro era protetto da due torri quadrate, costruite in mattoni crudi, che presero il posto di due strutture più antiche, costruite in blocchi calcarei. Vicino alla torre di N-O vi è una fornace, in mattoni crudi, databile ad epoca medievale. Fu proprio in questo periodo che i tratti delle mura ancora lasciati scoperti dalla sabbia, che si era accumulata intorno alle mura, furono utilizzati per la costruzione del Castelluccio. Il lato settetrionale delle mura è stato ricostruito grazie a saggi statrigrafici. All'interno della fortificazione, sel settore occidentael vi sono delle caserme e alloggi militari, i cui vani sono costituiti da mattoni crudi su zoccoli di pietrame.

mercoledì 19 settembre 2007

Il venerdi Santo

La cerimonia del Venerdì Santo è quella che nel tempo ha subito meno modifiche. In città è una festa relifiosa molto sentita, accompagnata molto spesso dal digiuno da parte dei fedeli. In questo giorno triste, il Cristo e l'Addoloratat sono i protagonisti della scena religiosa che ogni anno si ripete alla medesima ora. Il popolo partecipa in silenzio alla processione fino al Calvario dove Gesù è spogliato dalle sue vesti e viene issato alla croce, mentre il Calvario gremisce di gente. La settimana Santa prende il via con il cosidetto "Lamentu" il Mercoledì, lamento eseguito dai cantori, figure in via di estinzione. Il giovedì Santo, oltre alla rituale cerimonia della "lavanda die piedi", che ogni fedele segue in genere nella Parrocchia di appartenenza, c'è la "visita dei sepolcri". La denominazione che ormai ha preso questo rito non rispecchia in pieno la sacralità dell'evento. Il giovedì santo si ricorda l'Ultima cena e in effetti si girano le varie Chiese per " baciare i Piedi al Signore". Le varie chiese organizzano delle veglie di preghiera. Anche il Giovedì Santo vi è una processione , dove avviene l'incontro tra Maria Addolorata e il Cristo, davanti la Chiesa Madre.

le cene di San Giuseppe

Questa tradizione è molto antica ma anche molto sentita nella nostra città e ricorre ogni 19 marzo. Molte donne sia per devozione che per grazia ricevuta o per voto, allestiscono la cena di San Giuseppe. Nella tavola sono esposti i cibi più preligati, i piatti tradizionali locali, frutta secca di ogni genere, dolciumi. La cena viene allestita in genere al piano terra dell'abitazione ( ma talvolta possiamo trovarle anche ai piani superiori) e per l'occasione la casa è addobbata da drappi si seta, di velluto e da tovaglie ricamate a mano. Il giorno della festa, nella chiesa di San Giuseppe, conosciuta come chiesa di Sant'Agostino, perchè attigua al convento dei padri agostiniani, vengono celebrate le messe alle quali assistono, oltre ai fedele, i gruppi denominati della Sacra Famiglia. I gruppi sono formati da un vecchietto e da due bambini, in genere un maschietto e una famminuccia, scelti tra i più poveri del paese. I personaggi indossano delle tuniche bianche fino ai piedi, in testa una piccola ghirlanda di vario colore ed l'anziano signore tiene in mano un bastone, quale simbolo della Patriarcalità. Dopo la cerimonia della santa messa, ogni gruppo si dirige verso i luoghi dove sono allestite le cene e, quando si trova in loco, bussa una prim volta, una seconda volta ma la porta non si apre, ed infine una terza volta e da dentro la casa si chiede chi è, e la risposta che viene data è la seguente "U Bamminedru". A queta risposta la porta si apre alle grida di "viva Gesù Giuseppe e Maria". Solo ora ha inizio la tradizionale cena. Dopo il pranzo e avere recitato le preghiere, il gruppo prende le pietanze a piacimento. Molte pietanze vengono consumate dai convenuti alla cena, ma un tempo venivano invitati gli orfanelli e gli anziani, mentre ora le pitanze vengono distribuite fra i commennsali convenuti per l'occasione. Si ricorda che la cena( che poi in realtà è un pranzo), viene allestita la sera prima, permettendo alla cittadinanza di poterla visitare e di poter offrire qualcosa.

martedì 18 settembre 2007

la festa della Madonna della Grazie

questa festività a Gela è seconda solo alla festa patronale e si festeggia il 2 luglio, quando il raccolto di grano è stato trasportato a casa o venduto. La statua è conservata nella chiesa dei capuccini che alla Madonna delle Grazie è dedicata, fatta costruire nel 1512 dai padri conventuali e ceduta ai padri capuccini solo nel 1674. I festeggiamneti cominciano al vespro del 1 luglio con un solenne Vespro e lo scampanio festoso delle capanne. Il 2 luglio si comincia di buon ora a sparare mortaretrti, che danno inizio alle messe, durante le quali i fedeli recano dono in natura o in denaro e portano grossi ceri. Nel pomeriggio la statua della Madonna viene portata in processione e nella lunga processione non è difficile vedere persone con i piedi scalzi per sciogliere il voto. Ad ogni incrocio il fercolo si ferma e dei bambini vengono spogliati dal loro abito più bello e vengono donati alla Vergine, Madre per antonomasia. Al rientro della statua i giochi di fuoco allietano la cittadinanza.

Festa Patronale

Questa storia ha luogo qualche secolo dopo la fondazione della città. Un giorno, apparentemente come tanti altri, un contadino stava arando il suo campo, sito in contrada Margi, perchè vi voleva seminare del grano a novembre dopo le prime piogge. Ad un certo punto il suo bove, mentre tirava un peante aratro di legno si inginikcchiò sopra le zolle secche e non volle alzarsi. Inoltre l' aratro si era incastrato sotto una pietre di marmo poco pregiato, la cosidetta balata. Il contadino che da solo non riuscì a cambiare la situazione, decise di andare in città a chiedere aiuto. Grazie ai figli e a qualche vicino riuscirono a disiscagliare l'aratro e, con sommo stupore, trovare un vero tesoro sotto la balata: un quadro della Madona con il bambino dipinto in nero con decorazioni in oro zecchino, ritrovato in buono stato anche se il terreno che per tanto tempo lo aveva custodito era umido. La notizia si diffuse rapidamente, e nele campo si riversarono parecchi fedeli e si decise di trasferire il quadro nella Chiesa Madre. Visto che il giorno del ritrovamento era stato l'8 di settembre, le autorità religiose stabilirono di celebrare la festa in quella data. Dopo i primi miracoli accertati la Madonna fu dichiarata Patrona della città e nel giorno in cui la festeggiamo, Maria SS. dell'Alemanna, chiamata così forse perchè nel campo dove fu ritrovata cresceva la pianta selvatica dell'Alemanna, gira la città. Prima erano dei gioveni e robusti terranovesi che la portavano a spalla, oggi invece siamo aiutati da un veicolo. Dopo il rientro serale, oggi come allora, viene spaarto "u casteddru i focu"(giochi pirotecnici)

domenica 16 settembre 2007

usi e costumi a Gela

Incomincerò descrivendo delle feste gelesi. Invito chiunque visiti il mio blog e voglia aggiungere qualcosa a contattarmi in maniera da rendere questo spazio sempre più gremito di informazioni.
Comincerò con il SS. Crocifisso.
Molti anni orsono, quando la città di Terranova era stata appena fondata un marinario, ritornato dai paesi arabi, dove era andato a vebdere cotone, che pare si producesse in abbondanza in città, e portò con sè, nella sua abitazione che era ubicata nel quartiere Spirone una croce molto grande di legno, con la figura di un Cristo scuro. questa croce risultava troppo grande per essere sistemata in una modesta abitazione dove vi abitava tutta la famiglia del marinaio, compresi i genitori. Allora la moglie, che pare portasse il nome di Menichella, decise di portare il Crocifisso nel sottoscale, ove teneva una giara piena d'acqua per i bisogni giornalieri della famiglia. Una mattina Menichella si alzò molto presto e scese giù a prendere dell'acqua: ma quella mattina trovò una sorpresa. La giara era piena fino all'orlo anche se nessuno della famiglia la sera prima era andato alla fontana. Anche se era molto emozionata per quello che aveva visto, la donna decise di non comunicare a nessuno ciò a cui aveva assistito nelle mattinate. Il giorno prima si svegliò ancora prima e nuovamente la giare era piena fino al collo e anche stavolta nessuno l'aveva riempita la sera prima; questa volta Menichella decise di comunicarlo al marito e insieme per diverse mattine decisero di controllare questo "miracolo" che si compiva a casa loro. Intanto la voce correva già di bocca in bocca in tutto il paese e molte persone cominciarono a fare pellegrinaggi, ed imbevevano i fazzolettini nell'acqua miracolosa. Quando anche la Chiesa si ocnvinse del miracolo, si decise di spostare il Crocifisso da vicino la giara, così come Menichella aveva deciso di metterlo, alla chiesa Madre, vicino il quadro de Maria SS. dell'Alemanna. Si formò un lungo corteo di fedeli dietro al Crocifisso, che vicino alla Chiesa Madre si fece improvvisamnete così pesante che, anche se trasportato da giovani in forze, questi dovettero fermarsi. Provarono a cambiare percorso e si diresso verso la chiesa di Sant'Agostino ma anche lì il Crocifisso si fece pesante, si diressero verso la Chiesa del Rosario ma anche lì si è ripetuto l'evento. Ma nel momento in cui la lunga processione arrivò vicino alla chiesa dei Carmelitani la Croce diventò leggera come una piuma. Tutti capirono che il Crocifisso aveva scelto la chiesa più vicina alla casa di quel marinaio che lo aveva preso e portato a casa con sè. Da allora è rimasto sempre lì e la sua storia si è diffusa anche in America ein Australia tramite i nostri emigrati. Nel 1623 una grave eruzione dell'Etna colpì la Sicilia, e subirono danni anche i paesi vicino Terranova, quali Niscemi, Butera e Licata, ma la città di Gela non subì gravi danni. Questo miracolo fu atrtribuito al SS. Crocifisso della Chiesa del Carmine. Questo Crocifisso quando arrivò in città era di colore scuro e per questo motivo che veniva indicato come "u Crucifissu nivuru" ma dopo dei lavori di reaturo fatti fare alla statua una sorpresa aspettava tutti i gelesi: il Cristo ritornò color avano chiaro. L'unica spiegazione possibile fu che in origine il Cristo era avano chiaro ma il tempo lo aveva iscurito; il resatauro permise di restituire i colori originari della statua. Per i Gelesi era e rimane comunque "u Crucifissu nivuru"

sabato 15 settembre 2007

comincia la guida in Sicilia

Da dove potevamo incominciare se non da Gela?
Si d'accordo gli eperti del settore potrebbero dire che non è proprio la prima colonia greca in Sicilia, ma è la città dove vivo e da comincio.
Gela fu fondata intorno al 688 a. C., 45 anni dopo Siracusa, da una colonia di rodio-cretesi, guidati da Antifemo ed Entimo. Essi occuparono la località chiamata Lindoi e poi Gela dal nome del fiume. L'espansione geloa comincia molto presto dai fertili campi geloi, a nord di Gela, celebri dall'antichità; non fu un'espansione indolore, poichè gli indigeni opposero resistenza, cosi come Pausania ( VII, 46,3) ci ricorda: pare che Antifemo dovette guerreggiare con i Sicani che occupavano Omphake, riuscendo a distruggere la loro roccaforte. Ma nel VI sec. la piana a Nord di Gela appartenevaai Geloi che vi impiantarono fattorie, agglomarati industriali, luoghi di culto e necropoli. I geloi intraopresero un'espansione lungo la costa occidentale e nel retroterra, considerato che dall'altra parte si espandeva Siracusa, penetrando nella vallata circondata dal Platani e dal Salso. Dapprima il territorio fi occupato per ragioni commerciali ma, infine, vi fu la fondazione della città di Akragas, datata al 581 a.c.Grande prestigio ebbe la città di Gela quando la governò Ipopocrate, che estese il territorio della città fino allo strettto; ma con il trasferimento del suo successore, Gelone, a Siracusa, Gela perse l'importanza politica, ma non sicuramente importanza per l'arte e cultura: fra i vari nomi possiamo ricordare Eschilo, che trascorse in città gli ultimi anni della sua vita. Un evento politico di estrema importanza si svolse a Gela nel 424: un convegno, diretto da Ermocrate, dove si sanciva la libertà delle città greche di Occidente. é nel V secolo a. C. che la città visse dei momenti difficili, per via dei continui attacchi punici, i quali la distrussro nel 405. La ciità venne ricostruita sui resti dell'antico abnitato.succesive alle guerre cartaginesi ci furono delle guerre intestine sotto la tirannide dei successri di Dionisio il Vecchio, che terminarono sotto Timoleonte, che restaurò la democrazia. Correva l'anno 354 a. C. La nuova pace attrasse coloni, che ricostruirono per prime le città di Gela e Agrigento; ma con l'avvento di Agatocle, la pace terminò. Era il 311 a.C. quando il tiranno conquistò Gela e la utilizzò come base militare contro il nemico, e vi si stabilì fino alla morte. Vani i tentativi da parte del condottiero agrigentino Xenodico di liberarla. Negli anni fra il 285 e il 282 a.C. Gela venne distrutta da Phintias, tiranno agrigentini, che fece deportare tutti gli abitanti a Licata. Da quel momento la città rimase quasi del tutto disabitata: si trova una fattoria in contrada Bitalemi, e una villa presso Capo Soprano. Nel 1233 Federico II fondà Heraclea sui resti dell'antica città greca. il nome mutò successivamente in Terranova e fu solo nel 1927 che la città tornò a chiamarsi Gela.

martedì 4 settembre 2007

perchè saperne di più?

Perchè i beni culturali che ci circondano non sono solo l'oggetto di interesse dei cultori d'arte. E da parte nostra non ci può essere solo un tiepido interesse quando si va in vacanza oppure quando amici e parenti ci vengono a trovare e allora si portano al museo. Riprendiamoci ciò che è parte integrante del nostro bagaglio culturale ed impariamo ad osservare la storia. In fondo "la storia siamo noi".